venerdì 29 gennaio 2010

Lolita, che scandalo!

Lolita_Timofeeva_photo_by_Marco_Zappia Dovete sapere che in Lettonia il nome “Lolita” è molto diffuso. Però si pronuncia in modo diverso. L’accento cade sulla prima sillaba: Lòlita.
Quasi sicuramente questo nome è stato importato in Lettonia. La città di Riga sin dai tempi più remoti è il crocevia di scambi commerciali e culturali. Probabilmente il nome Lolita trovò assimilazione nella nostra cultura anche per via dell’assonanza con altri nomi tradizionali lettoni come Lìlita, Sòlvita, Èlita, Aelìta.
In diversi paesi questo nome si pronuncia in modo differente. In Francia sono Lolità, in Russia Lalìta. Quindi se mi chiamate all’italiana, non mi offendo.
Quando sono arrivata in Italia, all’inizio, presentandomi, mi stupiva lo sgranare degli occhi della gente e le esclamazioni come: “Ma è veramente il tuo vero nome?”
E si, veramente!
Intanto, quando sono nata, i miei genitori non avevano letto il famoso romanzo di Nabokov, perché allora non era ancora pubblicato nel nostro paese. Ma anche dopo, cessata la censura, quando il “peccaminoso” romanzo era a disposizione di tutti, si continuò a dare il nome Lolita alle bambine senza nessuna preoccupazione.
In Italia, come da nessun’altra parte del mondo, il nome Lolita provoca clamore. Probabilmente perché la maggior parte delle persone ha visto il film di Kubrick tratto dal romanzo e in pochi hanno letto il libro. Così, forse, è sfuggito il valore letterario di questa opera, la sua profondità, la raffinatezza del linguaggio con cui tratta l’amore. Un amore discutibile, finché volete, ma pur sempre di un grande sentimento si tratta.
La cosa che mi ha divertito di più finora a riguardo del mio nome è stata la battuta di un uomo che dopo solite presentazioni, esclamò: “Dopo aver superato l’età adolescenziale, bisognerebbe smettere di farsi chiamare Lolita!”
Risposi: “Ma io non mi faccio chiamare Lolita, io sono Lolita”.
Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.” (V. Nabokov)
Non è meraviglioso?
Ho provato a fare le ricerche sulle origini di questo nome. La versione più diffusa è quella che si riferisce all’origine spagnola: Dolores – Lola – Lolita.
Ma la versione che più mi affascina, è quella che afferma la provenienza di questo nome risalente ad un antico nome Romano.
Infatti, nel 54 a.C. un Lollio di incerta discendenza e provenienza sposò Aurelia, figlia del pretore Marco Aurelio Cotta. Il loro figlio di nome Marco Lollio, sposandosi nel 12 a.C. con Volusia, figlia del consolare Lucio Volusio Saturnino, ebbe due figlie: Lollia Paolina (in seguito sposa dell’imperatore Caligola) e Lollia Saturnina (consorte di un certo Valerio Asiatico). Così dal nome Lollia nacque il diminutivo Lolita che, probabilmente, fu importato in seguito nelle terre baltiche, nel periodo di scambi commerciali sulla via dell’ambra e forse anche in Spagna.
Copia  di Lolium_temulentum Ho scoperto anche che il nome Lollio, a sua volta, proviene dal nome di un’erba – Lolium (Loglio in italiano).
Con il termine "Loglio" si identificano alcune graminacee molto simili tra loro ma fra tutte una è assai nota per essere citata in una famosa parabola evangelica. La Zizzania, di cui si parla nel Vangelo secondo Matteo, non è altro che il Loglio ubriacante (Lolium temulentum) i cui semi si mescolano, nel campo, a quelli delle buone erbe. La pericolosità di questa graminacea che infesta le messi fu ben nota fin dai tempi più antichi poiché i suoi semi, se macinati con i cereali, possono provocare dolori al capo, vertigini e oscuramento della vista. Proprio come il nome Lolita, guarda caso.
Lolita

mercoledì 27 gennaio 2010

Il mio blog è un pesce?

pesce-blog Ho riflettuto a lungo sul perché crearsi un blog. Pur ammettendo di avere forti pregiudizi per la marea di banalità che circola in rete e di avere impegni che per ora ritengo più interessanti, mi arrendo al richiamo della modernità rinchiuso in questo nomignolo-neologismo “blog”.
Ma c’è un piccolo problema: ho sempre sostenuto che fare una qualsiasi cosa senza voglia è tempo perso. Allora provo a convincere me stessa usando un trucco: mi impongo di cambiare il mio punto di vista. Perché quando non riesci a mutare le cose secondo il tuo desiderio, poi sempre aiutare il tuo desiderio a cambiare.
Dunque, mi arrendo e prometto di accettare la sfida e di seguire questa sorta di diario di bordo amorevolmente.
La parola “sfida” già mi piace. Ma scrivere un blog è sempre mettersi in piazza. Pur riconoscendo la democrazia di questo mezzo, il tuo pensiero e ciò che fai diventa accessibile a tutti. È un po’ come spogliarsi…
Ma sono timida.
“Sei bugiarda”, mi dico “perché la scelta che hai fatto nella vita, di fare l’arte, già porta ad esporti con immagini e colori. Allora perché non aiutarsi con la parola?”
Ed ecco, è avvenuto il ribaltamento nella mia mente. Il nomignolo-neologismo “blog” è diventato più simpatico, più familiare.
Il suo suono ora mi pare simile a un tonfo. Già lo immagino come un pesce grosso, immerso nella sfera di cristallo – l’acquario che sta al centro della mia casa.
È una specie di animale acquatico da compagnia che deve essere seguito, accudito e nutrito.
Ma fa compagnia? O costringe a fargli compagnia?
A questo punto non importa, purché mi faccia progredire, evolvere, ammodernare e migliorare. E' questa l'unica cosa che conta.
Vedo una sostanza luccicante che si chiama “modernità” riflessa nelle squame del mio pescecane o forse pesce gatto!
Anche se entrambi  forse, le squame non ce l’hanno.
Lolita